Critica

Hanno scritto del suo lavoro, tra gli altri:

 

Amadei, Accame, Apollonio, Argan, Baccino, Bacigalupo, Bafico, Bandini, Ballero, Battisti, Benignetti, Beringheli, Bissoni, Berndt, Bocci, Bossaglia, Bovi, Branzi, Brenner, Cajani, Caramel, Castagnoli, Cavazzini, Cirlot, Celant, Cerritelli, Cirone, Conti, Comte, Crespi, Crispolti, Bethloff, Dorfles, Faucher, Francou, Gamand, Gaston, Chiglione, Giuffré, Guzzi, Harambourg, Izern, Lambertini, Maugeri, Maltese, Masini, Mattei, Menna, Molinari, Migone, Montana, Montenero, Mura, Nuridsany, Oggero, Paglieri, Pannini, Philippe Latourelle, Politi, Ponente, Pontiggia, Ricaldone, Riva, Rogé, Ronco, Saletti, Savoia, Sgarbi, Sossi, Tepper, Tiglio, Toni, Trucchi, Tola, ValloraVescovo,  Vincitorio, Vitone, Venturoli, Vollerin.

G. G. Beringheli, "Carte colorate dal 1960" dal catalogo alla mostra personale da Lauro Iaccarino-Arte Moderna, Padova, 1989
Un breve e preciso saggio di Beringheli sulle carte colorate dagli inizi e sempre carissime a Bargoni. "Una serie di belle e vive immagini di Giancarlo Bargoni, proiettate qui, per successive declinazioni, dagli ultimi anni '50, per le ascendenze di un informale dalle cadenze sintattiche, istintive d'una giovinezza già densa e intensa di partecipazioni psicologiche. Allora con postille sentenziose e riflessioni, persino scrittorie, in un repertorio iconografico che, fosse d'oggi, lo si potrebbe dire protocitatorio. Iscrizioni che nelle paste cromatiche si insinuavano segno centrale calcolato e ben distribuito, come fossero echi e frammenti d'un canto, d'un sentimento, di un allarme, persino: braccia vegetali e vegetanti come fili d'un discorso fatto di impronte, di vibrazioni trasmesse dalla maestria pittorica al disegno. Di Bargoni, della sua pittura, e chi ne conosce gli sviluppi concettuali e formali può meglio intenderne il senso, la figura fondante e nell'individuazione di un linguaggio specifico che risale lungo la tradizione dell'astrattismo canonico e che appare alleggerito da una tecnica di stesura delle trame e degli incroci cromatici. Un leitmotiv del fare pittura tenendo conto del dinamismo del gesto e di quello dei colore; verso una trasfigurazione della luce in chiave tecnologica, mai naturalistica. E qui vale insistere, perché protagonista non sono le referenzialità ostentamente analogiche o metaforiche di un clima altro, rappresentative di una intelligenza percettiva commisurata in qualche modo al veduto. Semmai c'è un "veduto", alle scaturigini delle sue "carte", esso e quello dell'arte che nasce dall'arte, in particolare della pittura che specchia la pittura, oggettivata sensibilistica, luogo di animazione di una superficie che accoglie gli eventi della pittura. Si potrebbe semmai, per queste "carte", stabilire un rapporto con l'orditura musicale quale viene espressa su uno spartito; alla loro messa a punto, l'equilibrio armonico del tono o del timbro potrebbe corrispondere; nella misura di un percorso che dalla essenzialità materica degli strumenti pittorici raggiunge, nell'immagine dipinta, un equilibrio di pura forma. Con le stesse allusivi, gli stessi echi ritmici fine all'esaltazione composita della materia e del colore, fino al raggiungimento d'uno spazio-luce aperto di trasparenze, progressivo di allusività, di affinamento delle sequenze visive, di spiragli aperti al barbagliare dei segni e del colore. Lasciando all'osservatore il confronto con un'esperienza particolare di rilettura e di percezioni ulteriori nello schermo-quadro percorso da flessioni ora contemplative ora immanenti della centralità espressiva di fondo. Dalla pittura per la pittura, per l'attingibile poetico da essa scaturisce".