Critica

Hanno scritto del suo lavoro, tra gli altri:

 

Amadei, Accame, Apollonio, Argan, Baccino, Bacigalupo, Bafico, Bandini, Ballero, Battisti, Benignetti, Beringheli, Bissoni, Berndt, Bocci, Bossaglia, Bovi, Branzi, Brenner, Cajani, Caramel, Castagnoli, Cavazzini, Cirlot, Celant, Cerritelli, Cirone, Conti, Comte, Crespi, Crispolti, Bethloff, Dorfles, Faucher, Francou, Gamand, Gaston, Chiglione, Giuffré, Guzzi, Harambourg, Izern, Lambertini, Maugeri, Maltese, Masini, Mattei, Menna, Molinari, Migone, Montana, Montenero, Mura, Nuridsany, Oggero, Paglieri, Pannini, Philippe Latourelle, Politi, Ponente, Pontiggia, Ricaldone, Riva, Rogé, Ronco, Saletti, Savoia, Sgarbi, Sossi, Tepper, Tiglio, Toni, Trucchi, Tola, ValloraVescovo,  Vincitorio, Vitone, Venturoli, Vollerin.

Gianni Cavazzini "Oli e tempere"
dal catalogo mostra personale Studio Centenari
Piacenza 1997

Visitare lo studio di Giancarlo Bargoni (con lo sguardo che, a brevi intermittenze, svaria dalle ampie vetrate sul profilo antico di Castell'Arquato) vuol dire portarsi a ridosso del problema centrale della modernità quello di una pittura che non impresta dal reale e che, al tempo stesso, si dispiega nella sua onginaria, e splendente, verità. Bargoni estrae le sue tele dai contenitori con la sensibilità vibratile di un rabdomante: ed escono bagliori di colore e densità di materia. Sono, questi, gli elementi primi di un dissidio in termini che l'artista vive, ormai da anni, con la coscienza intrepida dei chiamati alla poesia pura. Bargoni è così: fiero delle sue certezze, impermeabile alle lusinghe di un sistema che si piega alle logiche più distorte del mercato. È, caso mai, proprio il mercato che torna da lui, dopo aver provato, sulla sua pelle, le cadute clamorose di tendenze sovvenzionate dal gusto (e dal cattivo gusto). La sua storia (di Bargoni) è semplice e chiara. Inizia verso la fine degli anni cinquanta, quando la poetica dell'informel, come vuole il termine coniato da Tapié, già si è affermata anche in Italia: come ricerca sulla materia (e lo fa Burri con i suoi sacchi e i suoi legni), ma anche come indagine sulle possibilità inesplorate del segni e del colore (a Genova, dove Bargoni si è formato, lo fa Scanavino, con le sue proiezioni verso la sfera del profondo). Per Bargoni cè la scelta della vita. È un cammino che attraversa gli anni della nostra recente storia dietro la guida imperiosa dei valori specifici del dipingere. Nelle opere dell'Ottanta, che qui vengono esposte a scopi documentari, si può vedere l'immersione nella densità della materia (da rigare, magari, con la forza primogenita delle dita). E così procede, il viaggio di Bargoni, nella sua sufficienza di ragioni ideali: quella di fare, e solo, pittura. Escono, ora, dai capacissimi contenitori, le tele a grandi dimensioni: e sono le misure preferite da Bargoni, entro cui i dilatati confini si può esprimere tutta la libertà del gesto. Alla base di questi quadri, così belli e vibranti, c'è un'idea che l'artista ha trattenuto a tempo lungo nella sua interiorità: per decantarla di ogni impurità teorica. E quando i pulviscoli, sia pure minimi, si sono depositati, e in modo definitivo, nelle riserve della memoria, Bargoni passa alla fase pratica del suo lavoro di pittore. Estrarre le opere dai depositi dello studio vuol dire, per Bargoni, rivivere, al presente, le fasi della sua storia. A chi guarda resta il compito di interpretare i materiali costitutivi di queste realtà poetiche che sono consegnate al destino dell'arte. L'emozione, allora, si fa forte. Viene in mente Proust, là dove dice, in un brano della sua Recherche, che non basta compiere un pellegrinaggio nei luoghi un tempo abitati per far tornare il passato. Così dinanzi ai quadri di Bargoni, a quelli eseguiti negli anni trascorsi, bisogna compiere una sorta di tramando visivo verso 1e creazioni del presente: per assaporare, insieme a lui, il gusto di una nuova, e illesa, frontiera creativa, che appare ora, come si può vedere dalle ultime opere, proiettata verso umbratili miraggi d'Oriente.

Gianni Cavazzini catalogo mostra personale
Casalmaggiore - Santa Chiara
ASSOCIAZIONE Amici di Palazzo Te e Musei Mantovani

Informale. E' la poetica che si è impressa, con i suoi segni indelebili, sul corpo vivo della contemporaneità. Al di là dei limiti di tempo e di spazio: con i valori intrepidi di una concezione esistenziale estrema, intesa, in certe situazioni storicamente vissute (Pollock, Rothko, Wols, per fare qualche esempio sommo), come perdita del senso, oltre che del centro del vivere, sino a toccare la vertigine del suicidio. Al tempo stesso resta pur sempre, al fondo di questa poetica, la spinta di uno slancio emozionale che trasfigura in pura poesia i rapporti interni di quelli che sono gli elementi costitutivi della pittura: e cioè il segno e lo spazio, la materia e il colore. Ed è, questa, la situazione in cui vive (e vivrà, c'è da esserne certi, anche in futuro) un artista vero, qual è Giancarlo Bargoni: perché "è", lui, (bisogna dirlo subito) la sua pittura. Il respiro creativo dell'Informale (insegnano i sacri testi) è, da un lato, l'espressione di una spazialità epica che si condensa nella realtà pulsante della materia, dall'altro è il processo di una riflessione analitica che si distilla nel dissidio (che si può dire inesausto) fra il segno e il colore. Per tornare alla storia: è un arco di immagine che appare compreso far il vortice esistenziale di Pollock (ancora lui, ma è inevitabile) e il lucido rigore di Reinhardt: e poi, lasciando l'America per tornare in Europa, il campo si estende, per stare nel segno, all'aculeo violento di Hartung e, ancora, alla linea luttuosa di Tapies. Ma l'Informale, si sa, non è solo segno, ma è anche materia: è Wols e, insieme, Fautrier. Peinture-peinture, si è proclamato. E attraverso questa esperienza della modernità si sono fatte letture inedite sulla pittura del passato: Monet, Turner, certi brani di Courbet; e, per tornare più indietro, Rembrandt, e infine Tiziano: con gli informi barbagli di un colore steso con le mani, da toccare a contatto di respiro. Sono i frammenti che si riconoscono lungo il corso della storia delle presenze individue della nostra epoca: così inquieta, così luttuosa, e, al tempo stesso, così protesa a toccare la vertigine della bellezza: di un segno, di una materia, di un colore. Bargoni entra, si può dire per chiamata elettiva, nella spirale dell'Informale: e lo fa in virtù di quel concetto di rapporto, di vincolo strettissimo che, in questa poetica, lega la pittura alle ragioni primarie dell'esistenza. Informel, si è definito da noi, in Europa. Action, si era sancito in America. E Michel Tapié ha spiegato che il termine non significa "senza forma", ma, piuttosto, "non formale". Su queste basi Bargoni inizia, negli anni Cinquanta, il suo cammino di avvicinamento al centro di quel problema che sommuove il pulsare dell'arte contemporanea: il "cuore della creazione", si potrebbe dire con Paul Klee, mentre i teorici scomodano anche la filosofia: l'élan vital di Bergson, ad esempio, e poi la transazione fra uomo e ambiente di Husserl. Visitare lo studio di Bargoni (con lo sguardo che, a brevi intermittenze, svaria dalle ampie vetrate sul profilo antico di Castell'Arquato) vuol dire portarsi a ridosso di quello che è il quesito centrale dell'arte moderna: di una pittura che non impresti dal reale e che, al tempo stesso, si dispieghi a narrare l'esistenza dell'uomo nella sua originaria e splendente verità. E così, una dopo l'altra, escono alla luce le tele del pittore: rosse, bianche, gialle, nere, chiamate a dimostrare il superamento di ogni limite (in particolare di quello derivato da una visione naturalistica) e il libero esprimersi dei valori autonomi del segno, dello spazio, del colore. Sono, questi, gli elementi primi di un dissidio in termini che l'artista vive, ormai da anni, con la coscienza limpida dei chiamati alla poesia pura. Bargoni è così: fiero delle sue certezze, impermeabile alle lusinghe di un sistema che si piega, sempre più, alle logiche distorte del mercato. E', caso mai, il mercato che torna a lui con l'intelligenza selettiva di certi galleristi (specie francesi) che vedono nella sua pittura i valori di una durata poetica che va al di là dei confini, sempre più mutevoli, del gusto (spesso del cattivo gusto) delle mode. Vediamoli, dunque, questi quadri usciti dallo studio di Bargoni con la forza (si potrebbe dire con la "veemenza", per usare il termine coniato da Tapié) di una testimonianza ultimativa in ordine ai quesiti sulla luce, sulla bellezza della pittura. Il rapporto fra soggetto e oggetto, qual è questo che si riscontra nei dipinti di Bargoni, chiama in causa i meccanismi linguistici fra le categorie e le forme della conoscenza: vale a dire la realtà, la storia, il mondo, fino a toccare, attraverso il concetto di "primario", le ragioni più oscure dell'uomo. L'intensa passione vitalistica che muove il gesto di Bargoni porta il pittore a trasgredire ogni organizzazione formale (di tipo figurale, ma anche di tipo astratto) che abbia la sua derivazione dai modelli precostituiti del pensiero. La motivazione di questa spinta trasgressiva ha origine nelle scelte di vita compiute da Bargoni sin dagli inizi del suo percorso di pittore: il rifiuto di ogni condizionamento (sia mercantile sia culturale) e la fiducia nelle possibilità di una ricerca fondata sul fare, in un rapporto sempre strettissimo, spesso di identificazione, con l'esistere. In tal modo viene rimessa in discussione anche la concezione dell'opera come realtà autonoma, separata dal mondo delle cose e dal divenire della vita: non è l'opera come forma compiuta ad essere autonoma, ma la materia, il segno, il colore che la trasfigurano, sino a suscitare nella mente di chi guarda, come rileva Panofsky in un suo celebre saggio sull'Informale, "un'idea diversa da quella della sua esistenza materiale". L'energia, davvero inesausta, che muove Bargoni a dipingere le sue tele, anche di grandi dimensioni, trova il suo mezzo d'espressione in una dominante coloristica: che è, come si è visto, il rosso, il bianco, il giallo e, al limite estremo, quasi sull'orlo della vertigine, il nero. Ebbene: al di là di questa esterna ripetizione della scelta cromatica, non s'affaccia mai nei quadri di Bargoni l'idea della "serie": di quell'idea che, ad esempio, era così cara a Monet (che in essa interiorizzava il suo Impressionismo). Bargoni, lo sappiamo, opera, rigorosamente, nell'Informale: al di fuori, quindi, di qualsiasi contaminazione naturalistica (che ha segnato, invece, tanti pittori della sua generazione). La pittura di Bargoni è lì, a significare solo se stessa: con la magia di un evento raro e prezioso che rinserra energia e bellezza nello scrigno della pittura: al di là di ogni limite di tempo e di spazio, come vuole la durata poetica dell'arte vera.